Nasce l'assicurazione sociale per l'impiego (ASPI).

La Riforma del Lavoro Fornero introduce l'Aspi: il nuovo ammortizzatore sociale che sostituirà la mobilità e alcune tipologie di cassa integrazione straordinaria dal 2017. Partirà nel 2013 e andrà a regime solo nel 2017.
 
L'Aspi sarà pari al 75 per cento della retribuzione mensile nei casi in cui quest'ultima non superi, nel 2013, l'importo mensile di 1.180 euro.
 
Nel caso in cui la retribuzione mensile sia superiore a tale importo l'indennità sarà pari al 75 per cento dell'importo prima indicato, incrementata di una somma pari al 25 per cento del differenziale tra la retribuzione mensile e l'importo prima indicato.
 
La nuova Assicurazione sociale per l'impiego è destinata a sostituire i seguenti istituti oggi vigenti: 

- Indennità di mobilità
- Indennità di disoccupazione non agricola ordinaria
- Indennità di disoccupazione con requisiti ridotti 
- Indennità di disoccupazione speciale edile (nelle tre diverse varianti).
 
Mobilità e disoccupazione, Aspi e MiniAspi introdotti dalla riforma del Lavoro Fornero: 
 
L’art. 2 delle Riforma Fornero disegna due nuovi trattamenti di disoccupazione definiti Aspi e MiniASpi, che vanno a sostituire quelli sinora vigenti e cioè: l’indennità ordinaria di disoccupazione, l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e l’indennità di mobilità
 
L’Aspi nel dettaglio
Regolata nei commi 1-19 dell’art. 2, l’Aspi va a sostituire il trattamento ordinario di disoccupazione e l’indennità di mobilità.
La sostituzione avviene in modo graduale. Il nuovo istituto è infatti destinato a operare dal 1° gennaio 2013, ma con trattamenti diversificati a seconda dell’età e dell’anno in cui vi si accede: l’importo e la durata delle prestazioni aumenteranno gradualmente fino a raggiungere, il 1° gennaio 2016, la forma definitiva, consistente in un trattamento spettante per 
12 mesi ai lavoratori con meno di 55 anni e per 18 mesi ai lavoratori con più di 55 anni.
 
Solo per i lavoratori con più di 55 anni la legge dispone che la durata dell’indennità, che si è visto poter arrivare sino a 18 mesi, è soggetta al limite “delle settimane di contribuzione negli ultimi due anni”.
 
Questa disposizione è in grado di comportare riduzioni della durata del trattamento anche severe e ciò soprattutto con riferimento a quei casi in cui il lavoratore ultracinquantacinquenne alterni periodi di disoccupazione con periodi di lavoro precario. 
 
Sull’indennità di mobilità si svolge invece un’operazione inversa: l’istituto resta temporaneamente in vigore e i trattamenti vengono progressivamente ridotti fino al 2016, quando tutte le norme che disciplinano la materia saranno abrogate e i lavoratori accederanno solo all’Aspi.
 
Sono assicurati i lavoratori subordinati, inclusi i soci di cooperativa. Mentre restano esclusi i lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, così come restano esclusi i lavoratori stranieri con permesso per lavoro stagionale e i dipendenti della pubblica amministrazione. 
 
Gli unici soggetti a cui effettivamente si estende la prestazione sono gli apprendisti.
 
Resta invariata e disciplinata secondo le regole precedenti la tutela della disoccupazione dei lavoratori agricoli. 
 
Rispetto al trattamento ordinario non cambiano nemmeno i requisiti di contribuzione e assicurazione, sempre di due anni di assicurazione e di almeno un anno di contribuzione nell’ultimo biennio.
 
Rimane anche il requisito dell’involontarietà della disoccupazione. Anzitutto, per potervi accedere il lavoratore deve essere in stato di disoccupazione, cioè deve essere privo di lavoro e immediatamente disponibile allo svolgimento ed alla ricerca di una attività lavorativa secondo modalità definite con i servizi competenti. La norma non lo dice espressamente, ma pare sottinteso che si richieda anche che il soggetto si sia recato presso il Centro per l’impiego e abbia con questo stipulato il patto di servizio o rilasciato la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (secondole relative legislazioni regionali).
 
In secondo luogo sono esclusi coloro che si siano dimessi o che abbiano cessato il lavoro per risoluzione consensuale.
Qui la normativa presenta qualche variazione rispetto alle precedenti disposizioni relative alla disoccupazione ordinaria.
 
Per quanto riguarda le dimissioni, non si fa alcuna menzione di quelle per giusta causa. Nel silenzio del legislatore si dovrebbe peraltro ritenere sussistente comunque il diritto alla prestazione, avendo la Corte costituzionale affermato, con riferimento all’analoga disposizione previgente che in presenza di una giusta causa “l’atto di dimissioni, ancorché proveniente dal lavoratore, sarebbe comunque da ascrivere al comportamento di un altro soggetto ed il conseguente stato di disoccupazione non potrebbe che ritenersi, ai sensi dell’art. 38 della Costituzione, involontario”.
 
Differenze rispetto al passato si registrano anche con riferimento alla risoluzione consensuale, che ora è espressamente esclusa, salvo il caso in cui questa sia avvenuta nell’ambito della procedura di cui all’art. 7, legge n. 604/66 (modificato dal comma 40 dell’art. 1), cioè quando essa sia stata concordata presso la Direzione territoriale del lavoro nell’ambito della nuova procedura di conciliazione prevista per il caso del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
 
La norma introduce così chiaramente una importante disuguaglianza, sia nei confronti dei lavoratori che hanno risolto il rapporto per mutuo consenso senza esperire tale procedura, sia nei casi di risoluzione determinata da giustificato motivo oggettivo ma al di fuori dell’ambito di applicazione della procedura dell’art. 7, come avviene in tutti i casi in cui il datore di lavoro non ha i requisiti dimensionali stabiliti per l’esperimento della procedura. 
 
Peraltro, in passato l’Inps aveva riconosciuto il diritto all’indennità di disoccupazione anche in caso di risoluzione consensuale quando questa fosse chiaramente imputabile ad eventi non dipendenti dalla volontà del lavoratore ma dipendesse da notevoli variazioni delle condizioni di lavoro (trasferimento di sede, cessione d’azienda, ecc.).
 
L’importo della prestazione subisce variazioni sotto due profili: cambia il parametro retributivo 
di riferimento, che è ora fissato nella retribuzione media degli ultimi 2 anni di lavoro (mentre il 
vecchio istituto dell’indennità di disoccupazione faceva riferimento agli ultimi 3 mesi) e cambia la 
percentuale di calcolo, che a regime sarà del 75% della retribuzione.
 
E’ previsto un incremento nel caso in cui la retribuzione di riferimento sia superiore ai 1.180 euro mensili, pari al 25% della retribuzione eccedente tale massimale. L’entità della prestazione si riduce con il trascorrere del tempo, subendo una decurtazione del 15 % dopo il 6° mese e di un altro 15% dopo il 12° (evidentemente quest’ultima parte della disposizione si riferisce solo ai lavoratori ultracinquantacinquenni, in quanto solo per questi ultimi la durata è di 18 mesi,mentre per i più giovani è di 12).
 
Se in generale la disciplina dei requisiti per accedere all’Aspi ricalca quella della disoccupazione 
ordinaria, è invece alle regole relative alla fruizione dell’indennità di mobilità che si fa riferimento 
per la definizione delle modalità operative concrete della nuova assicurazione.
 
La legge prevede infatti che in caso di nuova occupazione l’indennità sia sospesa d’ufficio (a tale fine rilevano le 
comunicazioni obbligatorie relative all’assunzione effettuate dal datore di lavoro). La sospensione può durare fino a sei mesi. Ciò comporta che al termine dei rapporti di minore durata riprende a decorrere l’indennità precedentemente corrisposta. Il comma 15 dell’art. 2 prevede espressamente che i contributi versati durante il lavoro svolto (mentre il trattamento Aspi era sospeso) possano essere fatti valere ai fini della liquidazione di un nuovo trattamento.
 
Non è espressamente stabilito invece che cosa accada se iniziato il rapporto e richiesta la sospensione, il lavoratore si ritrovi disoccupato dopo il termine di 6 mesi.
 
Nel silenzio del legislatore sul punto parrebbe potersi desumere che il lavoratore possa presentare una nuova domanda, che sarà subordinata alla sussistenza dei requisiti di assicurazione e attualità contributiva stabiliti in via generale al comma 4 e ai fini della quale dovrebbe tenersi conto anche dei contributi versati relativamente al periodo per il quale si era chiesta la sospensione. 
 
Molto più complessa è la disciplina relativa al caso in cui il lavoratore svolga un’attività lavorativa in forma autonoma. Ove questa dia un reddito inferiore al limite utile per la conservazione dello stato di disoccupazione, l’indennità Aspi viene ridotta con un meccanismo di calcolo abbastanza complicato.
 
La decurtazione è infatti di un importo pari all’80% del reddito che il lavoratore prevede di percepire durante l’anno. Questo importo, la cui determinazione è già di per sé incerta, deve poi essere rapportato al tempo intercorrente tra la data di inizio dell’attività lavorativa e il termine del periodo di godimento dell’indennità.
 
Si tratta di un meccanismo che appare molto meno vantaggioso rispetto a quello stabilito per lo svolgimento di 
lavoro subordinato, soprattutto ove si tratti di incarichi estemporanei e di breve durata: in questi casi infatti non si ha alcuna sospensione e la decurtazione sembra riverberarsi sull’intero periodo di disoccupazione futuro e non sui soli giorni di effettivo lavoro.
 
In caso di svolgimento di lavoro autonomo da parte del disoccupato destinatario dell’indennità Aspi i contributi relativi al regime di assicurazione generale per invalidità, vecchiaia e superstiti non diano luogo ad accredito contributivo ma siano versati alla gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti.
 
L’attività di lavoro autonomo occasionale al di sotto del limite dei 5000 euro non dà luogo ad obblighi contributivi.
 
Tale attività comunque non darebbe luogo a versamenti al regime Ivs dei lavoratori dipendenti, presso il quale invece al lavoratore è riconosciuta la contribuzione figurativa per il periodo di disoccupazione.
 
Come era stabilito con riferimento all’indennità di mobilità, ancorché solo in via sperimentale e fino al 2015, è consentito al lavoratore destinatario dell’indennità di richiedere la liquidazione di tutto l’importo non ancora percepito al fine di iniziare un’attività di lavoro autonomo o per avviare un’attività di autoimpresa o microimpresa o per associarsi in cooperativa.
 
Ulteriori disposizioni riguardanti l’Aspi sono contenute nell’art. 3, comma 17, nel quale si prevede che in via sperimentale fino al 2015 l’indennità di disoccupazione possa essere concessa anche a fronte di casi di mera sospensione dell’attività lavorativa, ma a condizione che i fondi bilaterali (regolati dall’art. 3) contribuiscano con un contributo integrativo pari ad almeno il 20% della prestazione. 
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